Nel giro di poche settimane sono successe tre cose. Negli Stati Uniti Meta ha patteggiato fino a 18 miliardi di dollari per chiudere il processo sulla dipendenza dei minori da Instagram e Facebook. In Francia la Corte costituzionale ha bloccato il divieto dei social per gli under 15 a due settimane dall'entrata in vigore. E dall'Australia, l'unico paese dove il divieto è realtà da mesi, sono arrivati i primi numeri su come sta funzionando.
Un piccolo passo indietro: c'è un precedente. Nel '98 quarantasei stati costrinsero le aziende del tabacco a pagare 206 miliardi di dollari in venticinque anni, il più grande accordo civile della storia americana; e Russell Coleman, procuratore generale del Kentucky, ha promesso oggi di ripetere lo schema: «Lo abbiamo fatto con le sigarette e lo faremo di nuovo», nell'ambito del processo contro Meta.
Il 26 agosto Meta ha patteggiato con 48 stati: fino a 18 miliardi in dieci anni, di cui 12,7 garantiti — gli altri 5 arrivano se anche Snapchat, TikTok e YouTube adotteranno protezioni simili. I procuratori avevano chiesto fino a 200 miliardi, più o meno il fatturato 2025 dell'azienda. Per Meta, che non ammette alcuna colpa, la cifra vale tre-quattro mesi di profitti. Il processo però era il caso pilota: dal suo esito dipendono circa tremila cause simili da parte di scuole e famiglie.
Quindi sono venute fuori nuove regole: per gli adolescenti, Meta metterà un tetto di due ore al giorno tra Instagram e Facebook, bloccherà le app da mezzanotte alle sei salvo consenso dei genitori e spegnerà quasi tutte le notifiche push in orario scolastico. Sono vincoli che finora nessuna legge, in nessun paese occidentale, aveva imposto. «L'obiettivo era proteggere i nostri ragazzi: bloccare notifiche e avvisi di notte e quando sono a scuola, incoraggiarli a prendersi delle pause e proteggerli da funzionalità dannose», ha detto Phil Weiser, procuratore generale del Colorado. Durante le udienze il capo di Instagram ha ammesso che gli strumenti di limitazione già esistenti venivano usati pochissimo.
La Francia ci era andata più vicina di tutti in Europa. Il 21 luglio il Parlamento aveva approvato la legge che vietava i social agli under 15, in vigore dal primo settembre. «La Francia apre la via in Europa per la protezione dei nostri bambini», aveva detto Emmanuel Macron. Il 14 agosto la Corte costituzionale ha bocciato tutto, definendo il divieto una limitazione «non adeguata, necessaria e proporzionata» della libertà di espressione. Due i motivi: per escludere gli under 15 le piattaforme avrebbero dovuto verificare l'età di tutti, adulti compresi, senza che la legge dicesse come né chi avrebbe custodito i dati; e la norma trattava allo stesso modo un bambino di otto anni e un ragazzo di quattordici. Macron ha incaricato il premier Lecornu di riscriverla entro la primavera 2027.
In Australia invece il divieto per gli under 16 è in vigore dal 10 dicembre 2025. «I social stanno facendo del male ai nostri ragazzi e io dico basta», aveva annunciato il premier Anthony Albanese. Il 31 luglio l'eSafety Commissioner ha pubblicato i primi risultati di uno studio su oltre 4.100 tra ragazzi e famiglie, e dicono che a tre mesi dal via è cambiato poco: otto under 16 su dieci usavano ancora almeno una piattaforma vietata, appena quattro punti in meno rispetto a prima, e l'uso quotidiano era rimasto quasi identico. Gli account chiusi sono tanti — il possesso è sceso dal 52% al 42% tra i 10 e i 15 anni — ma più della metà dei ragazzi ha raccontato che la piattaforma non aveva mai controllato la loro età. Le piattaforme, insomma, non hanno applicato la legge: la commissaria Julie Inman Grant ha minacciato di portarne cinque in tribunale e il governo ha raddoppiato la sanzione massima. Lo studio segnala anche due effetti collaterali: i ragazzi si sono spostati su messaggistica, videogiochi e Reddit, e i genitori sanno meno di prima cosa fanno i figli online.
Sul danno vero e proprio la scienza è divisa. Le review di Candice Odgers e Andrew Przybylski trovano legami deboli tra ore di schermo e salute mentale, mentre trovano risultati più solidi per l'uso compulsivo. Jonathan Haidt e Zach Rausch sostengono il contrario in un saggio del gennaio 2026, e il loro argomento più forte viene dagli archivi di Meta. Nel 2019 l'azienda condusse con Nielsen un esperimento interno chiamato Project Mercury: chiese a un campione di utenti di spegnere Facebook e Instagram per un mese. Secondo gli atti desecretati a novembre 2025, già dopo una settimana i partecipanti riportavano meno depressione, ansia, solitudine e confronto sociale. Meta chiuse lo studio senza pubblicarlo, attribuendo i risultati alla «narrativa mediatica esistente» sull'azienda; un ricercatore interno scrisse però che «lo studio Nielsen mostra un impatto causale sul confronto sociale», e un altro dipendente si chiese se seppellire quei dati non li avrebbe fatti sembrare le aziende del tabacco, che sapevano dei danni delle sigarette e tacevano. Meta ha respinto le accuse, parlando di citazioni selezionate ad arte per costruire un quadro fuorviante.
Anche l'Italia è nel gruppo dei paesi che ci stanno provando. In Senato c'è il ddl 1136, bipartisan, prima firma Lavinia Mennuni (Fratelli d'Italia) insieme a Simona Malpezzi (Pd): la proposta vieta l'apertura di un account social prima dei 15 anni e rende nulli i contratti già firmati con le piattaforme da chi ha meno di quell'età. Alza inoltre da 14 a 16 anni la soglia per dare da soli, senza passare dai genitori, il consenso al trattamento dei propri dati personali. Le regole tecniche per controllare l'età toccherebbero ad AGCOM. Il testo è fermo in commissione dall'ottobre 2025, dopo un anno e mezzo di audizioni; in parallelo il governo studia una bozza che aggiungerebbe altri due divieti, la profilazione algoritmica dei minori e lo scroll infinito, cioè il flusso di contenuti senza fine progettato per trattenere l'utente.
I prossimi passaggi sono già in calendario. Lo studio australiano durerà due anni, e le prossime rilevazioni diranno se il divieto incide anche sulla salute dei ragazzi, oltre che sul numero di account. La Francia ha tempo fino alla primavera 2027 per riscrivere la sua legge. Negli Stati Uniti tocca ora a Snapchat, TikTok e YouTube, da cui dipendono i 5 miliardi aggiuntivi dell'accordo, mentre proseguono le circa tremila cause di scuole e famiglie che il patteggiamento di Meta non ha chiuso.