Gli applausi, i fischi, gli schiamazzi. Una folla emozionata, consapevole di star vivendo un momento storico. Le presentazioni di Steve Jobs negli auditorium di Cupertino sono un lontano ricordo – per molti, quasi un mito di altri tempi. Certo, da quando è avvenuta la pandemia globale i keynote vengono tenuti in streaming e non c’è più quella platea ad assistere dal vivo, ma in verità non ci sono stati altri cambi di paradigma di portata simile nella storia moderna del brand. E tutti si chiedono se ce ne saranno mai altri.
Quest’anno Apple ha festeggiato i suoi 50 anni. Quasi un terzo di questi sotto la guida di Tim Cook, il quale adesso ha passato la carica di CEO, giungendo al termine del suo operato al vertice dell’azienda di Cupertino. È possibile per il diretto successore di Jobs reggere il confronto col carisma visionario del suo capo? Oggi approfondiremo l’impronta lasciata da Cook, attraverso diversi aspetti, cercando di capire se un confronto del genere ha persino senso.
In 15 anni gli incassi sono quadruplicati, da 108 a 416 miliardi, ed Apple è diventata un colosso multi-trilionario superando i 4.500 miliardi di dollari (quando valeva 350 mld ad inizio mandato: un rialzo complessivo del titolo del 2.234%). Oggigiorno uno smartphone su cinque è un iPhone, ormai marca di riferimento per la fascia premium. iPad, MacBook, iPod, sono noti a chiunque, ma questa eredità arriva da Jobs. Le icone, i feedback tattili, le schermate utente, le animazioni, tutte le basi erano lì. Persino il packaging e la velocità di apertura del coperchio della confezione — non troppo veloce né troppo lento — sono figli della “vecchia era”.