È il 2006 e sono le cinque del pomeriggio. Un piccolo tintinnio metallico risuona a ritmo regolare, interrompendosi a tratti e ripartendo poi, come se fosse stato lì anche durante il silenzio ma fosse fuggito nella stanza accanto.
È un pezzo della cerniera della mia giacchetta di pile che batte su un termosifone così bollente che non mi ci posso appoggiare. Quindi mi dondolo in piedi, avanti e indietro, mi scotto un po' la schiena e poi la stacco.
Anni dopo avrei imparato che soltanto un gatto avrebbe potuto accedere a quel mio momento di introspezione senza interromperlo — qualsiasi altra anima viva mi avrebbe disturbato.
Una lampada gialla da scrivania che mia madre descrive come "più vecchia di me" diffonde una luce soffusa mentre fuori il sole è pronto a imbrunire ma a me non importa: io vivo di notte e questa è l'ora in cui inizio a sognare.