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Perché Siri AI non arriva in Europa?

Perché tutto arriva dopo?

C'è un gesto che chi ha un iPhone e degli AirPods conosce a memoria: apri la custodia, e sullo schermo compare quella card animata che ti chiede se vuoi connetterli. Due secondi, un tap, fatto. Poi c'è l'altro gesto, quello di quando hai un paio di cuffie non-Apple comprate a un terzo del prezzo: Impostazioni, Bluetooth, tieni premuto il tasto sulla cuffia finché non lampeggia, cerchi il nome nella lista, aspetti, incroci le dita.

Per anni ho pensato che quella differenza fosse magia. Ingegneria superiore. Il famoso "ecosistema".

Non era magia. Era una porta chiusa a chiave, e la chiave ce l'aveva solo Apple. Ma da dicembre 2025, con iOS 26.3, il "proximity pairing" — quell'esperienza istantanea da AirPods — è stato aperto anche agli auricolari di terze parti. Non per generosità di Cupertino: per obbligo di Bruxelles, che ad Apple aveva imposto esattamente questo con due decisioni del 19 marzo 2025, il primo grande noto caso di "imposizione" sotto il Digital Markets Act. Notifiche complete sugli smartwatch non-Apple, Wi-Fi peer-to-peer per trasferire dati, associazione semplificata dei dispositivi: tutto ciò che l'iPhone faceva solo con i prodotti di famiglia, ora deve farlo con tutti, gratuitamente e con la stessa efficacia.

Ed eccoci alla settimana appena passata, dove la stessa identica logica si è giocata su una posta molto più alta: Siri AI.

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