Ogni autunno, dal 1982, lo Stato dell'Alaska stacca un assegno a ciascun residente. Arriva a tutti indistintamente, senza requisiti di reddito e senza moduli da compilare: è il dividendo dell'Alaska Permanent Fund, il fondo che incassa le royalty del petrolio e ne redistribuisce i rendimenti ai cittadini. Sam Altman quel modello lo invoca da anni, scambiando la pedina del petrolio con quella dell'IA, in una scacchiera che non ha mai visto l'Europa fra i partecipanti.
Ma l'Europa non è solo non pervenuta, è succube. È l'embrione di un continente che, se continua così, può soltanto diventare una marionetta il cui unico libero arbitrio è scegliere se concedere il proprio futuro agli Stati Uniti o alla Cina.
Ma mettiamo che siano gli Stati Uniti.
Il 1 luglio il Financial Times, ripreso da Reuters, ha riportato che OpenAI avrebbe discusso con il governo statunitense la cessione di una quota del 5% della società ad un fondo governativo che ridistribuisce il denaro ai cittadini americani. Ad oggi si tratterebbe di circa 42,6 miliardi — una buona fetta di questi, provenienti da clienti europei.
Un mese prima, il 9 giugno 2026 OpenAI ha pubblicato l'Industrial Policy for the Intelligence Age, il documento ufficiale in cui propone un «Public Wealth Fund»: un fondo pubblico che dia a ogni cittadino americano una quota delle principali aziende AI, alimentato dal contributo congiunto di policymaker e aziende del settore. L'idea non è nuova perché già un saggio di nome Moore's Law for Everything, pubblicato nel 2021, vedeva sempre il signor Altman proporre un American Equity Fund finanziato con il 2,5% del valore di mercato delle grandi società, versato in azioni e distribuito annualmente ai cittadini adulti, partendo dal principio che se il software farà sempre più del lavoro oggi svolto dalle persone converrà concentrarsi sul "taxing capital rather than labor".
Cinque mesi prima l'articolo del FT: il 3 febbraio 2025 Trump firma l'ordine esecutivo che chiede un piano per un fondo sovrano federale. Quattro mesi dopo, il 10 giugno 2026 dichiara che le aziende IA potrebbero "restituire" qualcosa al pubblico, e qualche giorno dopo Bernie Sanders presenta l'«American AI Sovereign Wealth Fund Act», che punta a una partecipazione pubblica del 50% nelle grandi aziende del settore. Da destra e da sinistra, con motivazioni opposte, Washington converge sull'idea di socializzare una buona fetta dei rendimenti dell'IA dentro i confini nazionali.
Ripeto, dentro i confini nazionali.
Da questa parte dell'Atlantico che succede? Un'azienda milanese che paga le API di Claude, un abbonamento a ChatGPT sottoscritto da una famiglia in Spagna, una pubblica amministrazione, forse olandese, forse danese, che compra licenze enterprise di Gemini: tutto questo rientra nei ricavi che sostengono la valutazione da 852 miliardi. Se il 5% di quella valutazione finisse in un fondo che paga dividendi ai cittadini americani, il denaro europeo speso in intelligenza artificiale contribuirebbe, letteralmente, al reddito dei cittadini di un altro paese. L'Alaska funziona esattamente così: l'assegno dei residenti lo finanziano, in ultima istanza, i clienti che comprano il petrolio dello Stato. Nel mercato dell'IA i clienti, in buona parte, siamo noi.
L'Europa finora ha scelto la strada della regolazione — AI Act, DMA, obblighi di interoperabilità — mentre gli Stati Uniti hanno imboccato quella della proprietà. Sono due risposte alla stessa tecnologia, ma solo la seconda genera rendite e rappresenta il «manico del coltello».
Quindi, se il paese con gli LLM più potenti e più utilizzati al mondo inizia a redistribuire il surplus soltanto alla propria popolazione, quanto vale ancora, per un governo europeo, la posizione di puro cliente-regolatore? Ha senso negoziare quote o meccanismi di compartecipazione in cambio dell'accesso a un mercato da 450 milioni di consumatori? Oppure la risposta passa da una capacità propria — modelli, data center, un fondo europeo — che oggi, con la parziale eccezione di Mistral, su quella scala non esiste?
L'Alaska ha potuto permettersi il suo assegno perché il resto del mondo aveva bisogno del suo petrolio, e nessun acquirente si è mai chiesto dove finissero quei margini. Ma un'Europa che potrebbe ma non riesce, è in grado di accettare un destino di «protettorato americano», di «controllata» delle aziende AI estere che hanno 10 volte la potenza di calcolo del nostro continente e un interruttore per spegnere l'IA sulla quale potenzialmente baseremo tutte le nostre infrastrutture?
Senza un effort paragonabile o superiore al dopo guerra europeo, è difficile immaginarsi un esito diverso, ma una parte di me spera di sbagliarsi.