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I retroscena della denuncia di Apple contro OpenAI

Vediamo tutti i dettagli, con nomi e cognomi.

Photo by Yingchih / Unsplash

Nel marzo del 1993 José Ignacio López de Arriortúa, capo degli acquisti mondiali di General Motors, lasciò Detroit per diventare dirigente di Volkswagen. Con lui partirono sette collaboratori fidati — i suoi «guerrieri» — e, secondo l'accusa di GM, decine di scatoloni di documenti riservati: listini dei fornitori, piani di prodotto, il progetto di una fabbrica ultraefficiente nota come Plant X. Gli inquirenti tedeschi trovarono parte di quelle carte in un appartamento di Wiesbaden usato da due membri del gruppo. La vicenda si chiuse nel gennaio 1997: Volkswagen versò a GM 100 milioni di dollari e si impegnò a comprare componenti del rivale per un altro miliardo. Nessun tribunale arrivò mai a una sentenza. Erano bastati quattro anni di avvocati, perquisizioni e diffidenza reciproca a fare il lavoro.

Venerdì 10 luglio Apple ha depositato alla corte federale della California del Nord una denuncia contro OpenAI, la controllata hardware io Products e due persone: Tang Tan, ex vicepresidente del product design a Cupertino e oggi responsabile dell'hardware di OpenAI, e Chang Liu, ingegnere elettronico con otto anni di Apple alle spalle.

Stessa storia, cambiano gli oggetti di scena: al posto degli scatoloni c'è un laptop aziendale che Liu, secondo l'atto, non avrebbe mai restituito dopo le dimissioni di inizio 2026, e con cui avrebbe scaricato decine di file su prodotti non annunciati: specifiche tecniche, presentazioni di ingegneria, dati di progetto. In un messaggio citato nella denuncia e ripreso da TechCrunch il 13 luglio, Liu scriveva a un collega: «LOL, ho scoperto che posso ancora accedere allo storage di rete». Tan, secondo la denuncia, avrebbe cominciato prima ancora di andarsene, inviando a sé stesso email con informazioni sui fornitori; una volta a OpenAI avrebbe condotto i colloqui di assunzione usando i nomi in codice interni dei progetti come grimaldelli per far parlare i candidati, chiedendo a dipendenti Apple ancora in servizio di portare «componenti veri» per sessioni di «show and tell». Un fornitore avrebbe persino eseguito per OpenAI una tecnica proprietaria di finitura dei metalli, convinto che Apple avesse dato il permesso.

Bloomberg calcola che OpenAI impieghi oggi oltre 400 ex dipendenti Apple, drenati in gran parte dai team di iPhone, Watch e AirPods, ma la denuncia ne nomina formalmente due, più una "co-cospiratrice", Yu-Ting "Alyssa" Peng, che non risulta imputata: un'assenza che M.G. Siegler, su Spyglass, legge come possibile indizio di una collaborazione con gli investigatori di Cupertino. Jony Ive, volto pubblico dell'hardware di OpenAI, nell'atto non compare mai. Apple sostiene di aver scoperto gli accessi di Liu già a febbraio e di aver contattato OpenAI senza mai ricevere risposta; il 14 maggio, però, Mark Gurman rivelava su Bloomberg che era semmai OpenAI a valutare un'azione legale contro Apple, per i ricavi deludenti dell'integrazione di ChatGPT in Siri. Otto settimane dopo è arrivata la denuncia — per Siegler, OpenAI ha punzecchiato l'orso finché l'orso non si è svegliato.

I precedenti di Cupertino suggeriscono che Apple riesce spesso a ottenere ciò che vuole prima ancora della sentenza — anzi, la sentenza non è così importante. Bloomberg Intelligence stimava il 13 luglio che Apple otterrà probabilmente misure cautelari mirate — materiali contesi isolati, prove preservate, conformità certificata — con l'effetto di rallentare i piani hardware di OpenAI. Intanto candidarsi a OpenAI significa, per un dipendente Apple, finire sotto la lente della sicurezza interna, e i fornitori — una comunità piccola, in cui Apple pesa più di chiunque — hanno un motivo in più per esitare. OpenAI, che secondo Bloomberg tiene fermo l'obiettivo di annunciare il primo dispositivo entro l'anno e lanciarlo nel 2027, dovrà attraversare tutto questo mentre prepara la quotazione in borsa. La discovery del processo, poi, taglierebbe in entrambe le direzioni: Apple vedrebbe finalmente cosa sta costruendo OpenAI, ma costringerebbe anche Apple, storicamente allergica a mostrare le proprie carte, a consegnare documenti e comunicazioni interne agli avvocati di OpenAI.

Il 10 giugno 2024, sul palco della WWDC, Apple presentava l'integrazione di ChatGPT in iOS come un pezzo del proprio futuro. Due anni dopo, nell'atto, descrive l'attività hardware di OpenAI come «marcia fino al torsolo», e TechCrunch ha fatto notare quanto la metafora del frutto guasto, scelta proprio dall'azienda della mela, suoni poco casuale. Eddy Cue, testimoniando al processo antitrust su Google nel maggio 2025, aveva ammesso che tra dieci anni un iPhone potrebbe non servire più. Nel gennaio 1997, quando Volkswagen staccò l'assegno, il danno che contava era già fatto: quattro anni di energie spese in aule di tribunale invece che sulle auto. Anche tra Apple e OpenAI la posta vera saranno gli anni che il processo consumerà, e la domanda è chi può permettersi meno di perderli: Apple, che deve ancora costruire la sua intelligenza artificiale, o OpenAI, che deve ancora costruire il suo primo oggetto.

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