La casa del mio amico Giulio è sempre stata in una penombra giustificata dalla ricerca di aria fresca, in una Firenze in cui di fresco c'è molto poco. È l'anno '99 e tra un armadio vecchio stile e una tenda un po' ingiallita dal fumo delle sigarette della madre di Giulio, si erge lui: l'iMac G3.
Io sono un bambino di nove anni ma sono affascinato dal contenitore trasparente che lascia intravedere chip e schede. In generale mi appare come un oggetto da ricchi e penso «Non lo avrò mai».
Infatti ho dovuto aspettare undici anni prima di comprare il primo Mac, e ho dovuto aspettare di imparare a programmare, fare siti web per altri e farmi pagare, perché la paghetta di una famiglia che abita alle case popolari non basta.
Prima però ci sono stati il mio primo iPod e l'iPad Mini, oltre che l'iPhone 5, che ha inaugurato il mio "lignaggio" personale (l'iPod era acquistabile ma per gli altri due ho dovuto fare altri siti web). La moneta di scambio dunque per ottenere questi device era parlare la loro stessa lingua, o linguaggio.
Perché ci piace Apple? E perché non ci piace Apple?
Negli anni ho capito che chi ama Apple lo fa per una questione di usabilità e design: l'attenzione maniacale ad ogni singolo dettaglio non è solo un piacere al momento dell'utilizzo ma è anche espressiva di una vision nella quale gli utenti si adagiano e spesso si identificano. A chi non piace Apple semplicemente non interessa la parte di design o banalmente ha altri gusti.
Sono cambiate tante cose dalla dipartita di Jobs. È evidente che la sua ossessione non sia replicabile e, come spesso accade con le figure geniali e carismatiche, chi viene dopo difficilmente riesce a gestire tutte le sfide.
Infatti, possiamo dirlo, Apple ha fatto molto male con l'intelligenza artificiale — quasi non poteva fare peggio: non ha un LLM proprietario e non sappiamo se ce lo avrà mai; quando l'IA ha preso piede tutti i suoi team interni funzionavano a compartimenti stagni mentre l'IA deve integrarsi con tutto e tutti (nel loro caso, Siri) quindi prima ancora di scrivere codice hanno dovuto ristrutturare tutti i reparti con anche tanti licenziamenti; e poi, hanno venduto un'intera linea di iPhone 16 sulla promessa di un Siri AI a marzo 2025 che non è mai arrivato, poi lo hanno promesso a marzo 2026 (dopo una class action da parte di chi ha acquistato iPhone 16) e non è arrivato — oggi mentre scrivo l'editoriale, stiamo tutti sperando di vedere qualcosa a settembre.
Jobs era molto bravo a immaginarsi il futuro: vedeva un trend e la sua mente sognava dispositivi e servizi, fino a concretizzarli. Non è una considerazione nostalgica, più un'osservazione sulla leadership: tutti sapevano che OpenAI e DeepMind stavano iniziando ad addestrare i loro modelli molti anni prima della diffusione main stream di queste tecnologie (con GPT-3.5, novembre 2022): perché il management di Apple non ha individuato la natura completamente disruptive e rivoluzionaria di questa nuova tecnologia e non ha lavorato sui rischi della loro competitività? Perché si è ritrovata solo due anni fa a ristrutturare i dipartimenti per farli parlare fra di loro? Queste sono aziende che dietro hanno le agenzie di advisory più grandi al mondo ed eserciti di analisti. Che cosa è successo?
La risposta non la conosciamo, Apple non si espone, e tutto quello che sappiamo ci arriva dalle poche esclusive interviste del Wall Street Journal che abbiamo condiviso e commentato insieme l'anno scorso.
Sta di fatto che il futuro prossimo è fatto di wearable e di agenti AI — possiamo davvero ridurre tutto a questi due grandi elementi. Significa che i prodotti di punta saranno in gran parte occhiali, auricolari e pin, mentre gli agenti AI sfideranno i designer (come me) a pensare a un nuovo modo di creare interfacce, fatte di conversazioni vocali e non.
Se la vediamo da questo punto di vista, Apple purtroppo, di nuovo, è messa male: non ha smart glasses ma solo i dati di utilizzo e vendita del Vision Pro, che non ha compiaciuto i mercati; non ci sono progetti di pin (le spille) mentre gli AirPods si stanno muovendo verso una versione AI, sì, ma il problema è che è l'AI stessa nemmeno esiste. Attualmente c'è un team che sta lavorando sulla parte di foundational models per cercare di creare un LLM proprietario ma tutta l'infrastruttura del nuovo Siri si appoggia a Gemini, e inoltra le richieste a ChatGPT e altri quando la domanda è troppo complessa.
C'è davvero ancora una grande eccellenza nel design e nell'usabilità di Apple, mentre vedo molti buchi a livello di strategia e di business (che però intaccano anche il design). Il mondo del software è cresciuto così tanto che non si tratta più di scegliere tra design skewmorphic o flat, ma di immaginarsi come un'intelligenza tanto artificiale quanto complicata possa assistere una persona. È come prendere un organismo senziente, in grado di parlare e di compiere task fuori dalla nostra portata, e farlo "vivere" all'interno di un contenitore.
La storia ha visto grandi colossi crollare per mancanza di tempismo, e lo abbiamo visto anche recentemente con Intel, che non è stata fatta fuori perché è stata salvata dall'amministrazione Trump, ma che ci è andata molto vicino. Onestamente penso che Apple si rimetterà in carreggiata, perché partner come Google e OpenAI non gli stanno chiudendo la porta in faccia. Quello di cui ha bisogno adesso è di tanta forza e precisione, perché quando lancerà i suoi primi smart glasses dovrà competere con i Meta Ray-Ban Display, che già oggi contano una lunga permanenza sul mercato; quando lancerà Siri AI dovrà competere con ChatGPT, Claude e Gemini; quando lancerà il suo primo pin o auricolare dovrà competere con OpenAI, che ne sta disegnando uno proprio con il designer storico di Apple Jony Ive.
La strada è tortuosa ma questo nuovo livello di complessità tecnologica è una sfida per tutti. Buon compleanno Apple.