Ci sono giochi da tavola che conoscono tutti, e poi ci sono quelli che con il mio gruppo di amici chiamiamo i "main": ambientazioni e storie intrigate che richiedono strategie non solo belliche ma anche diplomatiche, in sessioni di gioco che possono durare oltre le dieci ore.
E quali sono queste strategie? Quali sono questi giochi così lunghi? No, non è questa la sede. Ma voglio dire che c'è un fenomeno molto comune durante lo svolgimento di una partita e si chiama "bash the leader": quando il giocatore in testa inizia a staccare troppo gli altri — in gergo, "runaway leader" —, tutti si concentrano per demolirlo, risultando, nel più frequente dei casi, nella vittoria del giocatore che precedentemente era al secondo posto.
La sensazione che ho sempre è "ma tutta questa fatica per far vincere un altro?", quindi con il tempo chiunque impara a rimanere a profilo basso e a crescere durante la fine del gioco.
Non è certo il caso di Sam Altman, esploso come un fulmine a ciel sereno con ChatGPT a novembre 2022, il volto prima visionario e oggi controverso, ritratto della rivoluzione ma anche ombra dell'oblio.
Sam Altman sta venendo attaccato dai nemici del passato (e competitor del presente), dai giornali che muovono l'opinione pubblica e adesso anche dalla legge.
Se si leggono i giornali o si guardano le clip sui social network si crede soltanto al fatto che "non ci si può fidare di un tale bugiardo" e ci si chiede "il nostro futuro è davvero nelle mani di un mentitore seriale?"
È il 6 aprile 2026, Ronan Farrow, 38 anni — lo stesso autore dell'inchiesta che ha portato all'incriminazione di Weinstein, per intendersi — ha avuto un sonno intermesso dall'attesa, a tratti euforica, a tratti spaventosa del suo nuovo editoriale, in programma per la pubblicazione alle otto del mattino: un nuovo lavoro durato un anno e mezzo, che ritrae Sam Altman come il bugiardo dei bugiardi, un uomo di cui non ci si può fidare. Un editoriale, quello scritto da Ronan in esclusiva per il New Yorker, pieno di messaggi privati, testimonianze e documenti, e che ha portato a due spari e una molotov contro la casa di Altman nella settimana successiva, casa dove vivono anche il compagno e il figlio di un anno.
Così Altman, come Kirk, Trump, o altre figure controverse che hanno subito violenze, diventano la colpa alla radice; coloro che, finché vivono, non concederanno all'umanità di concretizzare un'idea di mondo diversa — in un paese, gli Stati Uniti, dal grilletto facile.
Mettere Altman però a fianco di figure molto polarizzate politicamente come Trump o Kirk non è corretto, perché appunto, la prima critica mossa dal New Yorker e da personaggi del settore come Mira Murati e Ilya Sutskever, rispettivamente ex-CTO e ex Chief Scientist/Co-founder di OpenAI, andati per la loro strada dopo conflitti con Sam, è che quest'ultimo sia bugiardo.
Un secondo filone riguarda la guerra: di recente Anthropic ha rifiutato di cedere alle richieste del Pentagono sulla rimozione di filtri su armi utilizzate in autonomia dall'IA a scopi bellici e sulla sorveglianza civile, ed OpenAI è subentrata senza battere ciglio ma inserendo le stesse clausole a livello contrattuale e non "di codice".
Detta così dunque sembra la storia di un glorioso cavaliere (Dario Amodei, Anthropic) e di un vile avaro (Sam Altman, OpenAI), ma la situazione è molto più complessa e ci abbiamo scritto un editoriale. In soldoni, tutte le aziende AI hanno "le mani sporche di sangue", a partire da Claude che è il modello più utilizzato dentro Palantir, nota società informatica che fa da "cervello" al governo USA sia per situazioni belliche che per operazioni come quelle gestite dall'ICE.
Scavando ulteriormente, Google in realtà è stata la prima a fornire tecnologia AI per la forza militare statunitense, eppure è rimasta totalmente fuori da questa narrativa.
Oggi, 15 maggio (mentre scrivo), la giudice Yvonne Gonzalez Rogers sta decidendo l’esito rimediale di un processo che vede Musk accusare Altman di frode e violazioni del RICO e contrattuali — tradotto, "ha trasformato una no-profit in for-profit."
Il processo di Oakland ha già ascoltato Musk, Altman, Sutskever, Nadella e altri, e personalmente trovo difficile che Musk vinca, ma non voglio scendere adesso nel merito dei dettagli e delle prove presentate in tribunale.
OpenAI rischia di crollare. Il motivo è che questa guerra reputazionale potrà non abbattere la base utenti — che comunque sta soffrendo —, ma inciderà sull'IPO dell'azienda. Queste sono realtà che non possono vivere sull'ordine delle decine di miliardi di dollari, ne servono a centinaia, e quindi servono i soldi di tutti, tramite i mercati azionari. Ma tutti, cioè i potenziali azionisti, leggono il New Yorker e pensano "davvero devo scommettere su un bugiardo seriale?", perché nel frattempo c'è un'altra IPO, quella del cavaliere eroe Amodei, che per altro potrebbe pareggiare o superare OpenAI con una valutazione da oltre 900 miliardi di dollari, secondo fonti recenti del Wall Street Journal.
Non solo, Musk tutto a un tratto è diventato amico di tutti: fino a poche settimane fa insultava Anthropic su X e adesso ci ha chiuso una partnership elogiandoli in pubblico; sta facendo la stessa cosa con Google e con chiunque possa essere "nemico" di Altman.
Perché? Perché quella fase del gioco è in atto, e si chiama "bash the leader". Tutta questa fatica dunque, per far vincere il secondo.