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SpaceX e la vita oltre la Terra

E oltre Marte?

Photo by Daniel Olah / Unsplash

"The Martian" è la prima vera opera di Andy Weir — molti la conoscono per il film con protagonista Matt Damon, mentre da un mesetto a questa parte mi porto appresso "Project Hail Mary", ultimo romanzo dello stesso scrittore.

Prima di Andy non conoscevo l'esistenza del genere "hard science fiction," dove la speculazione scientifica si unisce a un tentativo di massimizzare l'aspetto realistico del world building.

Infatti, in "Project Hail Mary" ci sono paginate e paginate di spiegazioni scientifiche ed è affascinante quanto, soprattutto nel primo romanzo "The Martian", Andy si sia fatto aiutare dalla sua community, che all'epoca contava qualcosa come 3mila lettori, per affinare al millimetro ogni dettaglio scientifico.

Un tempo non serviva: Asimov non si è nemmeno mai avvicinato al livello di dettaglio di Andy, tanto meno Philip K. Dick.

Dettaglio o non dettaglio, quegli anni sono passati, gli anni in cui l'autore utilizzava il mezzo della storia per raccontare anche una visione del futuro. È chiaro che la scienza non può sbilanciarsi troppo con le teorie speculative, non è il suo lavoro, ma è anche noto che tanti scienziati o volti importanti del mondo tech sono stati ispirati ed emozionati da queste grandi storie.

Andy Weir arriva un po' come un unicorno in una giungla di prodotti commerciabili, pop, netflix-oriented, eppure è così in gamba a unire la leggerezza alla profondità che il primo romanzo lo ha interpretato Matt Damon e il secondo Ryan Gosling, entrando nei botteghini main stream.

Elon Musk, come milioni di persone, sogna lo spazio sin da quando è bambino. In un'intervista di una decina di anni fa lo si vede agitato, con la voce rotta, quando gli viene chiesto "Cosa ne pensi dei commenti negativi del comandante dell'Apollo 11 Neil Armstrong su SpaceX?" Fra tutti, Neil rappresentava il suo eroe numero uno.

Cosa ci facciamo là fuori? La spesa per le missioni spaziali è tra le più grandi al mondo (ancora dietro a quella sull'IA però), e per cosa?

Noi ci arriveremo su Marte — è chiaro che è una scommessa ma lo sono più i tempi che l'effettiva impronta di piede umano sul pianeta rosso. Musk parla del 2028, l'ESA del 2040 — facciamo a metà, il 2034? Ma poi?

Ci sono un paio di verità che riporterò in questo editoriale e starà a voi coglierne il lato amaro o quello dolce, con un invito a non smettere mai di sognare, soprattutto quando si tratta di stelle e universo.

Il primo è il paradosso di Fermi: se l'universo è così enorme, potenzialmente infinito, antico e pieno di stelle e pianeti, perché non abbiamo ancora trovato prove chiare dell'esistenza di civiltà extraterrestri? Come mai una così alta probabilità di vita intelligente si scontra con un silenzio così totale?

Le possibili risposte sono che la vita intelligente in realtà è rarissima ma che dura anche poco: se pensate alla storia dell'umanità davvero civilizzata, si parla di 10-12mila anni, e cosa sono rispetto all'età dell'Universo, stimata attorno ai 13.8 miliardi di anni? Vorrei dire un battito di ciglia ma nemmeno quello.

Un'altra risposta al paradosso di Fermi è che le possibili prime civiltà extraterrestri, oltre che essere degli "attimi" in termini di tempo, stanno almeno a centinaia o migliaia di anni luce da qui e qualsiasi tentativo di comunicazione tramite un segnale radio ad esempio, arriverebbe molto dopo. Per capirsi, se adesso un telescopio un miliardo di volte più potente di Hubble scovasse degli alieni in una periferia di qualche remota galassia, comunque vedremmo soltanto un'immagine del loro passato, sarebbe come vedere un ricordo praticamente. Il tempo che l'immagine arriva, si sono probabilmente già annientati.

La seconda verità si lega a quanto appena detto e ce l'ha confermata lo scienziato più famoso al mondo. Secondo la relatività, niente che abbia massa può viaggiare più veloce della luce nel vuoto, che procede a circa 300.000 km al secondo.

Questo significa che, per le conoscenze che abbiamo adesso, nessun umano potrà mai raggiungere un pianeta abitato. Se si pensa a Proxima Centauri b, il primo pianeta "interessante" a circa 4.2 anni luce da noi, e se si immagina di aver inventato un motore che raggiunge almeno il 10% della velocità della luce — che sarebbe già una tecnologia enormemente oltre le nostre capacità attuali — comunque ci metteremmo 40 anni ad arrivare, senza contare accelerazione, frenata, schermature, energia, guasti e sopravvivenza dell’equipaggio.

Kepler-186f, altro esempio, uno dei pianeti più simili alla Terra, è a circa 500 anni luce, questo significa un viaggio di 5000 anni se fatto con quel "super motore futuristico" che abbiamo ipotizzato prima. E se volessimo parlarci con dei segnali radio? Ci vorrebbero mille anni per un solo botta e risposta.

Io penso che l'esplorazione spaziale debba fare ancora tanto, tanto lavoro e onestamente sono contento che l'azienda con l'IPO più grande della (nostra) storia si occupi di quello. La sfida principale è che tutto è troppo lontano e la velocità della luce, che è la cosa più veloce che conosciamo, è troppo lenta.

Per adesso possiamo solo arrancare verso Marte e continuare a fare studi geologici su satelliti e pianeti "vicini". Siamo davvero soltanto all'inizio di un cammino che, se non si interrompe come ha fatto più di 50 anni fa, dopo quella bandiera americana sulla Luna, rincorre fisiologicamente le domande più grandi che abbiamo: se siamo soli e perché esistiamo.

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